MTC n. 39: MICA SOLO LE MADELEINES…

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Quello che segue è il racconto di uno dei tanti Napoletani che i casi della vita hanno portato lontano dalla  città natale. L’anonimato è legato a ragioni di tipo professionale, visto che l’MTC è anche una piazza di ritrovo variegata, un punto di incontro di storie personali diverse, alcune delle quali così peculiari da non poter essere manifestate: ma l’amore per la propria terra è palese e struggente, per quanto temperato da quell’intelligente ironia che è prerogativa del popolo campano tutto. Il Babà diventa quindi pretesto per dare la stura ai ricordi, in un recupero quasi proustiano che fonde i piani dei sensi, per resituirci un affresco vivido e verace, fatto di pennellate di orgoglio e di nostalgia, in un lieve memoire in cui la dolcezza di questa preparazione si fonde con l’amarezza di chi ha dovuto guardar Napoli troppe volte da lontano. Un’ esperienza comune a molti, in un’Italia che è stata teatro di migrazioni, e in cui molti sapranno riconoscersi: è a loro che la dedichiamo, unitamente al nostro grazie per l’autrice del pezzo.
 
IL BABÀ E NAPOLI: RICORDI E
PENSIERI DA EMIGRATIù
testimonianza raccolta da Annalena de Bortoli- Acquavivascorre
colonna sonora, qui
Quando una persona lascia la propria
terra a vent’anni e vive tutta la vita a seguire in un altro luogo
crea legami originali con la nuova casa ma non perde i profumi ed i
sapori di quella d’origine. E quando è Napoli ad essere
abbandonata con la prospettiva di una brillante una carriera
lombarda, al momento il “cambiamento” sembra legato ad altro:
clima freddo, gente poco espansiva e culturalmente aperta, trasporti
efficienti… cose così.
Con il tempo, poi, si fa largo dentro
una strana, irrazionale nostalgia per cose minute e davvero
indispensabili alla vita e alla napoletanità. Cose meravigliose,
come entrare in una pasticceria e trovare ad aspettarti un babà
perfetto.
Non è una questione di tecnica o di
ingredienti, perché in Lombardia ci sono fior di pasticceri… è
che il “vero” babà ha un sapore unico, è di famiglia… Il
goloso napoletano lo riconosce già dalla vetrina, non con gli occhi
o con l’olfatto ma con il cuore, un po’ come capita ad un
lombardo con il buon panettone.
Il babà è sempre uguale a se stesso,
come tutta la pasticceria tradizionale napoletana, e non potrebbe
cambiare nemmeno volendo: Napoli è una città che crede
profondamente nella propria storia, per questo è sempre riuscita a
risorgere dalle macerie del proprio compelsso destino, per questo è
viva in ogni momento, è ricca di gente che ama. E per questo
conserva con orgoglio e con passione la tradizione pasticcera in
tutta la sua dolcissima “antichità”.
La sensazione di chi, napoletano
convinto, approdava alle pasticcerie ed alle gastronomie lombarde più
di quarant’anni fa, era quella di una grande scena, che a Napoli a
quei tempi non si vedeva spesso, ma sostanzialmente di poca varietà.
E dall’ortolano prodotti costosi ma con poco sapore, e nei
ristoranti niente che sembrasse rappresentare una vera tipicità,
tipo una fiorentina in Toscana o un carciofo alla giudia a Roma. O,
appunto, un babà a Napoli.
La persona che parla in realtà aveva
poca confidenza con riso e risotti quindi forse ha sottovalutato
alcuni dettagli, ma all’inizio la sensazione generale era quella di
essere capitati in una terra diversa non tanto nei gusti quanto nelle
usanze: a Napoli mangiavi per strada, compravi in piccole botteghe
piatti casalinghi ma laboriosi come i fritti o il polpo bollito,
andavi al ristorante nelle grandi occasioni familiari e vi ordinavi
non le creazioni dello chef ma i “piatti della domenica”, quelli
che avevi imparato ad apprezzare a casa, lussuosi nei sapori,
familiari negli ingredienti e nell’aspetto.
Il babà racconta, allo straniero che
sa capire, e all’emigrante che ne sente la lontananza, tutta
l’essenza di Napoli: la sua semplicità di base, il succo colante e
prezioso della sua bagna, il suo tempo lento di lievitazione sono lo
stesso del passeggiare tranquillo dello struscio, il pippiare
indolente del ragù, il tempo di vita e la sostanza di una famiglia
che sa sempre ritrovarsi da una generazione all’altra attorno allo
stesso tavolo.
Un tratto tutto napoletano, raccontano,
era l’orgoglio di comprare il babà alla domenica, piuttosto che
quello di prepararlo, come pure quello di offrire proprio il babà
quando si andava in visita oppure per accogliere un ospite
forestiero… perché un babà ben fatto “è Napoli”. A parte il
rum, il babà è fatto di prodotti semplici ed economici: senza bagna
è il più povero dei dolci e ai tempi non aveva nemmeno la crema per
decorazione, al massimo un ciuffo di panna montata. E Napoli era
così: un’anima antica e pura che sapeva assorbire ed esaltare la
raffinatezza accogliendola dentro la propria semplicità.
Certo, un babà senza bagna sarebbe
come Milano senza il Duomo, perderebbe un po’ di identità… E’
la bagna perfetta la vera difficoltà del babà infatti, il motivo
per cui, ai tempi, poche massaie osavano prepararlo in casa
soprattutto quando c’erano ospiti e ancora oggi per molti fare
davvero il babà con le proprie mani è una vera conquista. Perché
il babà rappresenta sempre qualcosa di speciale, che sia un luogo,
un momento, un ricordo, un’offerta. E ha mille significati, come
dimostra un episodio di vita vissuta che forse riassume sia l’anima
dei napoletani che la loro adorazione per questo dolce.
Dopo vent’anni di lontananza, di
ritorno a Napoli con accompagnatori lombardi, capitò vent’anni fa
un viaggio a di poco avventuroso: aereo che si rompe e lascia i
passeggeri a Roma, tassista romano ubriaco che i viaggiatori devono
sostituire personalmente alla guida fino a Napoli, ultimo guidatore
che perde l’orientamento nei vicoli… si partì alle 10 di mattina
e si arrivò a mezzanotte!
Il giorno dopo il gruppetto salì su un
taxi per girare Napoli senza stress e, comodamente seduto dietro
l’autista, cominciò a ripercorrere tutte le disavventure del
giorno prima. Ad un certo punto il tassista intervenne nella
conversazione, seriamente preoccupato che gente così sfortunata
potesse procurare qualche danno anche al suo automezzo: era quasi
deciso a farli scendere dall’auto. Ma poi scelse un altro modo per
risolvere la questione: modificò il percorso, si fermò davanti al
suo bar preferito…. ed offrì a tutti i passeggeri un babà. Che
altro dire?!
Testimonianza raccolta da Acquaviva
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    mi ritrovo molto in questa testimonianza..anche io da napoletana che ama da morire la sua terra e che ogni volta che riparte da casa si nasconde agli occhi dei figli perche'comincia a piangere….napoli non ti entra nel cuore,ma nello stomaco!tornare a casa,sentire le voci,vedere i colori..i visi….sento le farfalline nello stomaco 🙂

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    Grazie, Annalena. Complimenti per aver riportato questo bel raccontino 🙂

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    Da napoletana, non posso che esserti grata per questo omaggio alla mia città

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    Davvero credo che il babà sia un piccolo scrigno che racchiude i più grandi misteri della napoletanità. Morbido, dolce e dal sapore intenso e indimenticabile!

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    Il babà come antidoto alla sfortuna che gli avrebbe potuto procurare quel nugolo di sventurati; usato al posto del curniciello dunque.

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