recensione di Susy May

Sono trascorsi 11 anni dall’uscita del film “Mamma Mia!”, ma esattamente come nel 2008, questo film, continua a farci sognare.

E cosa ci fa sognare? ma l’amore naturalmente!
Questo film è un musical tra i più spensierati ed allegri di sempre, non soltanto per le canzoni incredibili degli Abba, ma per il concept con cui è stato pensato, i colori sono vividi e pieni, la fotografia è scintillante anche durante il tramonto, gli attori sono spumeggianti e l’energia è così vibrante e contagiosa che nessuno può resistere.
Ma poi, si può resistere a canzoni come “DANCING QUEEN” e “GIMME! GIMME! GIMME!”?, ti fanno perdonare la tristezza di una sceneggiatura stiracchiata e ti fanno venire una voglia matta di ballare!
Ed ecco che ti parte il piedino, tiri fuori dall’armadio la pashmina più colorata che hai, come microfono afferri la prima cosa che ti capita a tiro e butti fuori tutta la grinta che hai.
E’ questo l’effetto WOW di un musical, come “Mamma Mia!”, che gode di quel “fab-touch” (tocco favoloso) che soltanto altri musical hanno avuto, vedi GREASE e LA LA LAND, sono quei musical che tutti amano, in tutti i tempi, in tutti i luoghi, in tutti i laghi etc….
La marcia in più, poi arriva dalla straordinaria interpretazione di Meryl Streep, che riempie lo schermo con una grandezza assoluta, non teme giudizi ed è piacevolmente a suo agio nei panni di una donna in salopette, con i capelli scompigliati e le scarpe da ginnastica, che non ha paura di essere ciò che la sua età rivela.
Autentica, vera, Meryl Streep celebra la donna, la sua indipendenza, la sua voglia di emozionarsi e la voglia di ricominciare a sognare a qualunque età ed in qualunque momento della vita.
Finalmente un film sul magico ed imperfetto mondo femminile, che non per forza dev’essere raccontato attraverso la sofferenza e la tragedia, ma come in questo caso, viene raccontato attraverso la solidarietà femminile, di cui tanto si parla e che non sempre si vede nella vita reale, ma che è capace di mettere in secondo piano gli uomini, che per una volta, si ritrovano a non essere più i  “protagonisti”, pur essendo a pieno titolo i protagonisti delle vicende che animano il film.
Va da se che il successo mondiale del film, ha fatto muovere gli ingranaggi per un sequel dal titolo “Mamma Mia! Ci risiamo”, altrettanto delizioso e divertente, quindi vi consiglio una bella maratona “Mamma Mia!” se volete fare il pieno di gioia e cantare a squarcia gola.
E per accompagnare la visione di questo film, abbiamo pensato di farlo mettendo al centro della nostra tavola, i sentimenti, le emozioni ed i pensieri che caratterizzano il rapporto unico, che si crea tra madre e figlia, ma non solo, abbiamo ampliato il discorso anche alle nonne, alle zie, aggiungendo un posto a tavola e rendendo più intima la cucina, ritrovando il calore della famiglia, le voci, i profumi inconfondibili che impregnano le pareti della casa, il ricordo di un sorriso prima di mangiare, le mani che spezzano il pane o magari un dettaglio, un particolare forse per alcuni banale, ma carico di significato per altri.
Quindi m’immagino una tavolata grande, lunga, ben apparecchiata e colma dei piatti più buoni che uno si possa immaginare, dove ogni donna si siede accanto ad altre donne e condivide con esse l’amore, il cibo e la gentilezza.
E per far si, che questa tavolata prendesse vita, ho chiesto alla squadra MTC, di donarmi le loro ricette del cuore, quelle che parlano di famiglia, di gratitudine, di dolcezza, quelle che hanno trasformato e trasformano ancora oggi, un normale focolare domestico, in un momento per la famiglia.
E la risposta è stata un’altalena di emozioni così diverse tra loro, che si rispecchiano perfettamente nelle ricette che trovate qui pubblicate, ricette che hanno un vissuto personale ed un’autenticità genuina, spiegata e raccontata dalle stesse autrici, che sono certa, vi sapranno trasmettere qualcosa di speciale ad ogni boccone.

Mamma Mia! che bontà!

Torta di mele e marmellata di albicocche di Giuliana Fabris

Mamma

Questa è la torta che mia madre faceva sempre, la domenica, sin da quando ero adolescente.
Si chiama Luisa, ora ha quasi 91 anni  e fortunatamente  è ancora  perfettamente lucida e  autonoma in tutto.
La vita non è stata buona con lei, la sua famiglia d’origine è stata colpita da diverse disgrazie, due fratelli e un nipotino morti in circostanze drammatiche e, da ultimo,  l’incendio della casa dove viveva con tutta la famiglia patriarcale, come si usava  negli anni ’30 in Friuli,  l’ha costretta a 9 anni ad andare a vivere e lavorare presso altre famiglie di contadini. Racconta della fame  patita, della solitudine e il  dolore per la lontananza dalla sua famiglia, della estrema povertà che l’ha vista lacera e scalza fino alla adolescenza. Una vita durissima già ad  una età in cui dovresti essere spensierata e vivere la tua infanzia. Appena sedicenne arrivò al paese di mio padre, dove  lavorò  per una sarta, è lì conobbe quello che sarebbe diventato suo marito.  E poi la guerra… mio padre partì militare  per ritornare molti anni più tardi.
Nel suo peregrinare per cercare lavoro  venne a Milano, a fare la donna di servizio presso una famiglia di facoltosi industriali, in Via Guercino. Anche lì, soprusi e angherie,  la paura per i bombardamenti, poco da mangiare ma tanto da lavorare e  ci resistette solo  un paio d’anni. Grazie a una amica riuscì ad emigrare in Svizzera, a Sion, a fare la cameriera in un ristorante. E di quel periodo dice sempre  che è stato forse il primo vero momento sereno della sua vita. Poi finalmente guerra finita e  il matrimonio, l’inizio di una vita a due, sempre difficile, ma sicuramente migliore, e il trasferimento a Milano dopo una parentesi sulle montagne comasche al confine con la Svizzera.
Non l’ho mai vista ferma, mai, nemmeno adesso che potrebbe godersi la vecchiaia… la rivedo  in ginocchio a pulire i 5 piani di scale del condominio dove faceva la   portiera,  gradino per gradino di pietra serena,  o a lucidare le maniglie di ottone, a pulire il cortile di sassi e terra, o il marciapiede esterno e a distribuire la posta nelle caselle, o a stirare per i condomini per arrotondare….Ripenso a quella pentola di ragù che pippiava sul fornello a  gas ogni domenica,  alla spianatoia per gli gnocchi e i crostoli, alla tinozza di stagno colma d’acqua fumante in cui ci si doveva lavare perché il bagno consisteva solo in una turca e  un lavandino…
Tempi  davvero duri  allora, che non è nemmeno facile immaginare, era la metà degli anni ’50 e in quella casa di ringhiera restammo fin quasi alla fine del 1965. Poi finalmente avemmo una casa degna di questo nome grazie al sindacato degli Edili, settore dove lavorava mio padre.
E’ stato quello il momento in cui mia madre ha iniziato ad  essere un poco più serena, anche economicamente,  si era trovata un lavoro part time e quando tornava a casa pensava a noi figlie e a mio padre.
Da lei, dal suo esempio di una vita,  ho imparato a non scoraggiarmi mai davanti ai problemi, a reggere il peso delle responsabilità, e il senso profondo del dovere.
Da lei  ho ereditato la grande passione per la cucina, perché cucinare per i tuoi cari e per le persone a cui vuoi bene è una forma d’amore e mia madre, nonostante il carattere un po’ duro e schivo,  ne ha sempre profuso  a piene mani,   e io le sarò sempre grata per questo.

4 uova
250 g di farina
150 g di zucchero
150 g di burro
4 o 5 mele renette

250/300  g di marmellata di albicocche
scorza grattugiata e succo  di mezzo limone
1 bustina di lievito
2 cucchiaini di cannella in polvere
un pizzico di sale

1 cucchiaio di zucchero di canna

Fondete il burro e lasciatelo intiepidire.  Sbucciate le mele, riducetele a fettine sottili, raccoglietele
in un piatto e man mano spruzzatele con il  succo del mezzo  limone.
Montate le uova con lo zucchero, la cannella e la scorza del limone finché sono gonfie e spumose.
Incorporate la farina  e il burro fuso,  per ultimo il lievito e un pizzico di sale.
Imburrate e infarinate una tortiera apribile da 24 cm.   e versate metà del composto, unite metà delle mele affettate e distribuitele bene sull’impasto. Mescolate la marmellata per renderla fluida e fatene uno
strato sopra le fettine di mela ma stando possibilmente  lontano dai bordi,  poi coprite tutto con il resto dell’impasto.
Disponete le restanti fettine di mela a raggera sulla torta, spolverate con un cucchiaio di zucchero
di canna e mettete in forno già caldo a 160° C. Cuocete per un’ora circa, dipende dal forno. Sarà pronta quando uno stecchino infilato nel centro uscirà asciutto.

 

Babbá Rustico di Valeria Caracciolo

Mamma
Mia madre non ha mai cucinato molto. In generale non é nemmeno una grande amante del cibo, diciamo che cucina per sopravvivenza, non per passione. In realtá, io ho preso il mio estro creativo da mio padre che, invece, amava sperimentare, e da mia nonna che, finché ce la faceva, cucinava tantissimo.Nonostante questo ci sono quel paio di cose che mamma cucina che, come vengono a lei, non vengono a nessuno.Come il babbá rustico. Per chi, come me, ha una vera passione per la cucina e per i lievitati, la ricetta di mia madre ha dell’inverosimile, perché non rispetta nessuna regola e, francamente, non capisco come faccia a venirle cosí buono, morbido e non secco, come mi aspetterei. Per prima cosa le dosi sono un pó incerte, tipo: quanti salumi ci mette? Non so, quanti ce ne vanno. Ma tipo in grammi? E mica li pesa. Quelli che ha, quelli ci vanno.Quanto tempo deve cuocere? Finché non é cotto. E sarebbe? Non so, lei lo guarda.Cresce finché non arriva al bordo dello stampo, ma la cosa piú incredibile, che poi é quella che le contesto di piú, e che quando é cresciuto, lei accende il forno, con il babbá dentro, e lo porta a temperatura, con il babbá dentro, che cosí continua a crescere, dice, e poi lo cuoce per un tempo imprecisato. A lei viene. Io non ho mai avuto il coraggio di farlo e lo metto nel forno quando é giá caldo. Per la cronaca, a lei viene meglio!

500 g di farina forte
4 uova
10 gr di lievito (mia madre ne usa 25 g)
1 bicchiere di olio di semi o 100 g di burro fuso fatto raffreddare
1 o 2 cucchiai di zucchero
un cucchiaino di sale
1 bicchiere di latte
salumi e formaggi a cubetti (circa 300 g)

Sulla spianatoia disponete la farina a fontana. Sciogliete il lievito nel latte tiepido con lo zucchero e versate al centro della farina ed iniziate ad impastare raccogliendo la farina dai bordi piano piano.Aggiungete il burro o l’olio ed il sale, quindi le uova uno alla volta, aggiungendo ogni uovo solo dopo che il precedente é stato assorbito dall’impasto. Lavorate per 10-15 minuti fino ad ottenere un impasto elastico ed ancora un pó appiccicoso.Aggiungete i salumi ed impastante ancora un minuto per distribuire bene l’imbottitura nell’impasto. Versate in uno stampo per babbá imburrato ed infarinato e lasciate lievitare nel forno spento fino a che non avrá raggiunto il bordo dello stampo, ci vorranno circa 3 ore.Preriscaldate il forno a 180 gradi ed infornate per 30 minuti circa.Se la superficie inizia a colorarsi, completate la cottura coprendo con un foglio di carta d’alluminio.Lasciate raffreddare nello stampo, quindi sformate.

 

Arancini al ragù di polpo di Sonia ConteMamma

Può sembrare strano, ma da ragazza non ero ammessa in cucina, quello era il regno di mia mamma. Così  son cresciuta immaginando ricette nella mia testa, senza, di fatto, poterle mettere in pratica.
Né posso dire di saper cucinare, io sperimento!
Sarà questo il motivo per il quale oggi non vi proporrò una ricetta di mia mamma, ma la mia,un  personale piccolo riscatto che ha meritato,a dire il vero, molto gradimento anche da parte sua.
Il polpo è l’ingrediente che ci unisce tutti in un modo  speciale,
essendo il cibo preferito di nonno (mio papà) e nipote (mio figlio Samu).
E poi è una ricetta che mi insegna la pazienza, e me ne occorre ogni giorno tanta

Per 4 persone

Per la salsa di polpo
250 g di polpo crudo
1 gambo di sedano
1 carota
1 cipolla
250 ml passata di pomodoro fatta in casa oppure pelati
3 cucchiai di olio extravergine di oliva
sale
pepe

Per gli arancini
350 g di riso Carnaroli
500 ml di brodo vegetale
2 uova
60 g di Parmigiano
300 g di pangrattato
3 cucchiai di olio extravergine d’oliva
150 ml di olio per friggere

Fate soffriggere in una pentola con dell’olio del sedano, carota e cipolla tritati finemente. Se possedete un tritacarne, usatelo per tritare il polpo, in caso contrario sminuzzatelo con un coltello. Lasciatelo rosolare a lungo, anche per un’ora. Aggiungete il pomodoro (conserva o pelato) e lasciate cuocere a lungo, come un ragù di carne, su fiamma bassa. Quando il vostro ragù sarà pronto, tostate del riso e ricopritelo di brodo. Dopo qualche minuto aggiungete il ragù. Completate la cottura. Lasciate raffreddare, aggiungete uova e formaggio. Formate degli arancini grandi quanto delle noci e rotolateli nel pangrattato, io uso quello senza glutine per necessità. Friggeteli nell’olio fino alla doratura.

 

Torta ricciolina di Cinzia Cortella

Mamma

Ho dei ricordi flash di quando bambina trascorrevo le vacanze con la mia nonna materna. Abitavo già a Milano e per me era una gioia quando tornavamo a Verona e potevo fermarmi qualche giorno da lei. Viveva insieme al nonno e la sorella di lui (zitella incallita e poco più grande di me, in altezza), in una casa degli anni Venti, che a me sembrava vecchissima e affascinante.
In cucina c’era il grande tavolo e il grande lavello in marmo, come quello delle case di campagna. E c’era anche un divanetto, dove mi accucciavo e guardavo le mani laboriose e infaticabili di queste due donne.
Si comprava il latte fresco, così ricco di panna che la si metteva in una bottiglia trasparente dall’imboccatura larga. La zia poi si sedeva sulla sua seggiolina bassa e con le mani e tanta pazienza la sbatteva a destra e a sinistra, a seguire quasi il ritmo di quello che stavano trasmettendo alla radio. Ne usciva poi un burro spumoso, profumato, che la nonna mi faceva assaggiare su una fetta di pane, con l’irrinunciabile spolverata di zucchero.
Burro, zucchero, uova e farina: ingredienti che non mancavano mai e che sapevano trasformarsi in mille bontà caserecce. La nonna faceva spesso la pasta fatta in casa, tirava fuori la sua grande asse di legno e il suo lungo matterello e impastava, tirava e sfogliava con mani sapienti e abilità incredibile, conquistata con anni di esercizio a cadenza settimanale. Che fossero lasagne, tagliatelle o tortellini poco importava, un pezzetto della sfoglia finiva sempre per essere dedicato al taglio dei tagliolini e alla golosa torta ricciolina.
Ne assaporavo il profumo già in cottura ed era un dondolio di piedi incessante il dover aspettare che freddasse un pochino appena uscita dal forno. Poi era goduria al settimo cielo: lo scricchiolio di ogni boccone sotto ai denti, i granelli dello zucchero rappreso che non temevano il confronto con le colorate ginevrine della bottega sotto casa, quei fili dorati di pasta che parevano riccioli d’oro della più affascinante principessa disneyana.
Chissà perché non l’ho mai fatta ai miei figli da piccoli; forse, inconsciamente, temevo un confronto che se si fosse rivelato scadente mi avrebbe deturpato di un ricordo amorevole che serbo con infinita gioia nel mio cuore.
Da una ricerca sul web ho scoperto che è una ricetta molto popolare anche nel Mantovano e in Emilia Romagna, dove i tagliolini vengono protetti in un guscio di pasta frolla. Una versione più elaborata e ricca proviene dalla zona del Monte Amiata. Qualcuno sostiene abbia origini rinascimentali, nata per omaggiare Lucrezia Borgia, signora del Castello Estense di Ferrara per vent’anni: i riccioli d’oro che la compongono simboleggerebbero la bionda chioma della Dama.
Ne parla anche Pellegrino Artusi nel suo ricettario La Scienza in cucina e l’Arte di mangiare bene, dando due ricette distinte: la prima semplice, la seconda con guscio di pasta frolla e marzapane, perchè riuscisse più gentile di aspetto e di gusto più delicato.
Per i grandi si può servire con del liquore a parte (alle mandorle o amaretto), che può anche essere versato sopra alla torta, un po’ come si fa con la Sbrisolona.
Si può fare una torta unica del diametro di 20 cm oppure 4/5 tartellette con gli stampi monouso di 10/12 cm di diametro o ancora piccole ciambelle con gli stampi savarin.

150/200 g di tagliolini freschi
qualche fiocco di burro
un paio di cucchiai di zucchero di canna
un paio di cucchiai di zucchero semolato
una manciata di mandorle

Bastano due uova e 220 g circa di farina 0 o 1 per fare i tagliolini; a piacere si può tirare la sfoglia col matterello o con la sfogliatrice.
Tagliare i tagliolini molto fini, disporli su un canovaccio o un asse di legno ad asciugare leggermente, ma non completamente. Formare le tortine o la torta quando sono ancora abbastanza morbidi, saranno più facilmente modellabili
Tritare finemente a coltello le mandorle ed unirle ad un paio di cucchiai di zucchero, uno semolato e uno di canna. Imburrare leggermente gli stampi e ricoprirli di zucchero di canna, eliminando battendo quello in eccesso.
Disporre uno strato di tagliolini, senza comprimerli troppo, disporre qualche fiocchetto di burro e un pizzico di zucchero: quindi ricoprire col secondo strato di tagliolini, spolverare col mix di mandorle e zucchero ed aggiungere ancora qualche fiocco di burro.
Infornare a 170/180° C (forno statico) avendo l’accortezza di ricoprire le tortine con un foglio di alluminio. Essendo i tagliolini molto fini, c’è il pericolo che si brucino troppo in fretta: meglio semmai togliere la stagnola gli ultimi minuti se per caso le tortine fossero troppo pallide. Cuocere per circa 30/35 minuti, 40/45 se si opta per lo stampo grande.

 

Crocchè di Latte di Leila Capuzzo 

Mamma

Amo molto la besciamella, quella semplice, burro, farina, latte e noce moscata. Da piccola l’avanzo nel tegame era mio e non c’era niente di più goloso che ripulire il mestolo, nemmeno il cioccolato mi dava (e mi da) la stessa soddisfazione. Le nonne erano le regine della cucina e queste semplici crocchettine di besciamella sono state un regalo di quei tempi che la mamma preparava la sera quando voleva farci una sorpresa. Erano decenni che non le facevo e non le gustavo e ho colto l’occasione per prepararle. Semplici, come le cose che più si ricordano con piacere.

Per 8 crocchè

500 ml latte
80 g di burro
80 g di farina
1 tuorlo d’uovo
sale
noce moscata
50 g di Parmigiano grattugiato
pangrattato
uovo sbattuto
olio per friggere

Preparate una besciamella di buona consistenza iniziando dal roux di burro e farina, aggiungete il latte bollente e portate a cottura regolando di sale e noce moscata grattugiata. Aggiungete il parmigiano e lasciate raffreddare, meglio se la conservate una notte in frigo. Appena ben fredda e solidificata aggiungete il tuorlo d’uovo e mescolate bene. Formate con le mani bagnate delle crocchette cui dare la forma che preferite e passatele in uovo e pangrattato (consentita la doppia panatura se gradita). Friggetele in abbondante olio e gustatele.

 

Gnocchi burro, zucchero e cannella di Lara Bianchini 

Mamma

Gli gnocchi dolci me li facevano sempre le mie nonne, e dopo, la mia mamma. Ora io li rifaccio per i miei figli anche se li accolgono con un entusiasmo inferiore. Questo è un piatto del ricordo, si faceva nei giorni di vigilia di qualche festa ma soprattutto si faceva quando c’erano delle giornate un po’ così, quando insomma il cibo diventava conforto. Erano una coccola dolce, un piatto unico che per me piccola rappresentava il paradiso visto che i dolci in casa nostra erano una cosa dedicata alle occasioni speciali.

Per 6 persone

Per gli gnocchi
1,100 kg di Patate
300 g farina

Per il condimento
50 g di burro fuso
2 cucchiai di parmigiano grattugiato
4  cucchiai di zucchero semolato
cannella in polvere a piacere

Cuocete le patate in abbondante acqua bollente fino a che una forchetta, infilata al
centro, non vi affonderà agevolmente. Ci vorrà circa 1 ora ma dipende molto dalla grandezza delle patate. Scolate le patate, tagliatele a metà e inseritele con la parte tagliata verso il basso dentro uno schiacciapatate, spremete. La buccia rimarrà nello schiacciapatate e voi non vi sarete scottate le dita.. Mettete da parte a raffreddare. Quando le patate saranno fredde unite la farina e impastate con una mano. Prendete l’impasto a cucchiaiate e con le mani infarinate formate dei piccoli salsicciotti, che taglierete poi a pezzetti di circa 2 cm. fate scivolare gli gnocchi sul retro di una grattugia o su un rigagnocchi, il motivo che otterrete servirà a trattenere meglio il sugo. Disponete su un canovaccio ben infarinato.
Portate a bollore una pentola di abbondante acqua, al bollore salatela e tuffateci gli gnocchi, quando torneranno a galla scolateli con una schiumarola e versateli nella padella in cui avrete precedentemente fatto fondere il burro.
Mescolate in un piatto il formaggio, lo zucchero e la cannella e versate il composto sugli gnocchi imburrati, mescolate con cura e servite.
Note
Esiste una versione di questo piatto senza il  parmigiano, con zucchero e cannella in purezza, ma a casa mia si mangiava con questa aggiunta.
Il condimento di parmigiano, zucchero e cannella veniva sempre fatto in abbondanza perché con il rimanente si riempiva un piattino che si metteva in centro tavola, di modo che oltre al condimento spadellato ce ne fosse sempre in più per tuffarci lo gnocco e rinforzarne il gusto dolce.

 

Torta Mantovana della mamma Patrizia di Francesca Geloso

Mamma

Il ricordo di mia madre è, in qualche modo, fuso con questa torta che io faccio e rifaccio con continuità da anni, perché mi sembra di accorciare magicamente la distanza che ci separa e perché è un comfort food che piace sempre. E’ un dolce ricordo legato alle colazioni e alle merende dell’infanzia mia e di mio fratello.
La torta a mia mamma, Patrizia, veniva in un modo speciale che io mai sono riuscita a replicare del tutto, per questo non riesco a cambiare o modificare in nulla questa ricetta: lo farò solo il giorno in cui riuscirò a farla PERFETTA!

Per una tortiera rotonda di 22 cm di diametro
170 g di zucchero semolato
175 g di burro
50 g di pinoli sgusciati
5 tuorli d’uova+1 uovo intero
scorza di un limone non trattato
zucchero a velo

Per prima cosa unite lo zucchero e la scorza di limone finemente grattugiata, tenete da parte ad insaporire per almeno un paio d’ore.
Fate fondere il burro a bagnomaria. Lavorate con una frusta lo zucchero insieme alle uova fino a che non otterrete un composto chiaro e gonfio ma non troppo. Unite la farina in più volte mescolando bene, unite infine, sempre mescolando, il burro fuso.
Versate il composto in una teglia precedentemente imburrata e spolverata con zucchero a velo e farina, distribuite i pinoli sulla superficie del dolce e, infine, fate cuocere in forno già caldo per 25 minuti a 170°C modalità ventilata.
Gustatela fredda, spolverata con un po’ di zucchero a velo.

 

Brodo di carne di nonna Elisa di Silvia Zanetti

La cucina della mia nonna Elisa era piccolina, arredata con lo stretto necessario, c’era la stufa a gas sotto la finestra, dai lati il lavello ed il frigorifero e a ridosso della porta il tavolo bianco con tre sedie. Non serviva mi chiamasse quando il pranzo era pronto, era sempre pronto alla solita ora, a mezzogiorno, quindi mi bastava sentire i rintocchi delle campane del paese ed io correvo a sedermi sulla sedia. Mi sistemavo bene, appoggiavo la schiena allo schienale e aspettavo.
La specialità della nonna era il brodo di carne con il quale mi preparava la minestrina in brodo con la pasta fresca fatta in casa, ma tutto il suo amore lo riponeva nel porgermi una zampetta di gallina bollita, avvolta in un pezzetto di carta del sacchetto del pane, e cosparsa di sale. Per me, non c’era cosa più buona di quella zampetta e quel gesto valeva più di mille parole, racchiudeva tutto il bene che la nonna mi voleva.
La soddisfazione che riceveva nel guardarmi mentre la mangiavo, le riempiva gli occhi di dolcezza che puntualmente ricambiava con dei grandi sorrisi.
Da allora, il brodo di carne è rimasto uno dei miei comfort food preferiti è come un abbraccio caldo e quando mia mamma mi prepara il brodo di carne, lo chiama “il brodo vero”, riferendosi a quello della sua mamma.

2 carote lavate e sbucciate
1 costa di sedano lavata
1 cipolla bianca sbucciata e lavata
800 g tra ossa e carne di manzo
5 l di acqua
1 patata grande sbucciata e lavata
zampe di gallina

Raccogliete tutti gli ingredienti, tranne le zampe di gallina, in una pentola molto capiente e mettete sul fuoco. Fate bollire, abbassate la fiamma e cuocete per 2 ore e mezza circa. Verso fine cottura, quando mancano 40 minuti circa, immergete nel brodo anche la patata e le zampe di gallina.

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    Susy, una recensione magnifica. Mi vergogno a dirlo, ma non ho visto il film. Dovrò correre ai ripari. E mi spiace non aver fatto parte della squadra. La cucina raccontata e vissuta, per me, ha tutto un altro sapore e valore.
    Ti abbraccio e grazie.

  • MapiMapi

    Ragazze, mi avete emozionata con i vostri racconti. In tanti di loro ho riconosciuto un frammento della mia infanzia: la torta di mele, la torta ricciolina e la zampetta di gallina… grazie! ❤

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    Grazie dei vostri racconti personali è stato un piacere leggervi. Purtroppo ho scelto solo la ricetta salata degli arancini i dolci me li devo dimenticare… purtroppo. Grazie veramente un abbraccio.

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      Gli arancini non deludono mai. Grazie!!

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    Ho letto tutto, splendido!!

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    che bella (e buona) carrellata!!!
    bravissime tutte!

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    Di mamma mia avevo apprezzato una Meryl Streep finalmente felice e sbragata, sono felice che anche il sequel meriti 🙂
    e a voi tutte un grazie enorme per averci regalato le vostre ricette di famiglia, sono una più bella dell’altra.

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    Condivido quanto scritto relativamente al film . più o meno nello stesso periodo ho assistito al teatro degli Arcimboldi a Milano al musical originale di broadway che era in tour in europa ed è stato uno dei più begli spettacoli a cui abbia assistito. Le ricette non le commento nemmeno. Sono, come sempre, fantastiche. Ma che ve lo dico affà

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    Il film appena uscito mi fece innamorare, tanto che ne ho comprai il dvd. ….. ma che dire dei vostri ricordi: teneri!!! mi sono commossa e ho fatto anch’io un viaggio nella memoria ricordando i momenti di vita con la mia mamma. Certo che la cosa più bella è averla con me!!!
    Comunque queste ricette si aggiungono alla lunga lista di piatti e dolci da provare. Che miniera che siete!!!

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