La cucina italo-americana: la trasformazione di una tradizione (parte 1)

Annalena De Bortoli

Non è vero che negli Stati uniti non esista una vera tradizione culinaria, come molti credono. In realtà molti ingredienti e certi costumi alimentari del Nativi Americani furono adattati dai primi coloni alle proprie usanze e formano la base di ciò che si può considerare la “cucina autoctona” archertipica, ma la tradizione gastronomica americana reale si fonda su piatti popolari tra le etnie che l’hanno colonizzata adeguati ad un nuovo”palato nazionale” formatosi negli ultimi quattrocento anni. E con il tema “trasformazione” di questo numero di Mag About Food direi che qui ci siamo in pieno.

Rielaborati da massaie e da chef professionisti in modo sempre più libero a mano a mano che le nuove generazioni si staccavano da una memoria reale delle preparazioni dei coloni arrivati da altri continenti, tali piatti con il tempo si sono sempre più uniformati ad uno specifico gusto comune sviluppato dalla nuova popolazione nascente, gli abitanti del Paese che si sentivano sempre più Americani e sempre meno Italiani, Britannici, Francesi, Olandesi, Spagnoli, Cinesi, Messicani…

pilgrim's food

La chiave comune di questo nuovo “cibo tipico americano” popolare, ricco di contaminazioni e di rielaborazioni qualunque sia l’origine del piatto, è una certa combinazione di gusti estremi, che adora gli eccessi ma che, quando trova il giusto equilibrio, sa sfornare abbinamenti davvero centrati. Le parole preferite degli Americani in fatto di cibo sono: “saporito”, “succulento”, “gustoso”, “goloso”, seguiti spesso da “facile” e “veloce” e, in alcune aree culturali e regionali, più raramente da “sano”.

Anche nel caso specifico della cucina italoamericana con il susseguirsi delle generazioni si sono sempre più perse le ricette tradizionali. Noi Italiani viviamo all’interno di una tradizione vivissima, talmente sentita da farci guardare con diffidenza a tutte le culture gastronomiche diverse dalla nostra, di cui molte speciali ed antiche esattamente se non più di quella italiana. E a maggior ragione giudichiamo con grande severità piatti di ispirazione italiana dai sapori, abbinamenti o consistenze diversi da quelli delle nostre tradizioni. Invece si tratta di osmosi culturale, è una pagina come un’altra della storia dell’alimentazione, dove ogni certezza si costituisce sull’evoluzione della precedente.

colonial food

D’altronde noi Italiani consideriamo tipicamente americani hamburger e hot dog, che invece sono di origine europea, oppure pensiamo che sia giapponese il sushi di salmone e avocado o messicano il chili con carne, che invece sono entrambi “invenzioni” americane! Allo stesso modo non ci rendiamo conto che spesso, se pensiamo di aver assaggiato cucina cinese o indiana nel ristorantino etnico sotto casa, abbiamo in realtà consumato delle versioni “addomesticate” di ciò che i ristoratori cinesi o indiani pensano possa piacere a dei palati stranieri. A volte si tratta di piatti che nel Paese d’origine nemmeno esistono, un po’ come quando un Americano medio mangia la pepperoni, una pizza alta e soffice coperta di sottilette e fette di salame piccante, e crede di poter parlare di pizza napoletana.

Per un corretto fenomeno sociale di adattamento ed evoluzione, nei ristoranti italiani negli Stati Uniti appaiono portate per loro notissime e per noi quasi strane, proposte come tipicità del nostro territorio: fettuccine all’Alfredo, spaghetti con le polpette, spaghetti alla bolognese, cioppino, scaloppine di vitello al vino bianco, saltimbocca, pollo alla cacciatora, salsa marinara, italian dressing per l’insalata, muffuletta, tiramisù…

italian dressingQualche nome ci suona familiare e qualcuno meno, ma in ogni caso si tratta di reinvenzioni che declinano la memoria con i gusti di chi ha in realtà trascorso la sua vita in una cultura gastronomica differente, non ha mai messo piede in Italia ed è abituato ad utilizzare prodotti industriali (come mozzarella, parmigiano o prosciutto crudo) nemmeno lontani parenti degli originali. E prima di approfondire il discorso su ciò che succede a livello casalingo, argomento del prossimo articolo di Robe dell’Altro Mondo, ecco un paio di ricette assolutamente esemplificative. Ovviamente a base di pasta! Per conoscere invece la vera storia delle Fettuccine all’Alfredo e della loro trasformazione da piatto di famiglia italiano ad icona della cucina italo-americana basta cliccare qui.

Ricetta: SPAGHETTI BOLOGNESE

spaghetti bolognese

Questo piatto, insieme a quello degli spaghetti con le polpette al sugo, sono forse i fraintendimenti più netti della tradizione italiana in America, ma trattandosi di ricette molto semplificate rispetto ad un ragù bolognese classico, si tratta in entrambi i casi di piatti diffusissimi, sia proposti da ristoranti italo-americani che non e spesso preparati anche in famiglia. La Bolognese in specifico anche in Italia… Emilia esclusa!

ingredienti per 6 persone:
500 g di spaghetti
500 ml di passata di pomodoro
400 g di carne di manzo macinata
1 cipolla tritata
2 spicchi d’aglio tritati
1 carota, tritata o grattugiata
2 cucchiai di olio di oliva extravergine
sale e pepe

Scaldate l’olio in una pentola per salse, e soffriggetevi la cipolla, l’aglio e la carota.

Aggiungeteci la carne e rosolatela fino a farla dorare. Aggiungete quindi la passata e lasciate cuocere una mezz’ora.

Cuocete gli spaghetti secondo le istruzioni del pacchetto. Scolateli e mescolateli alla metà del sugo. Servire con una cucchiaiata del resto del sugo in ogni piatto.

Ricetta: MARINARA SAUCE WITH FRIED CALAMARI

Marinara sauce 2

In America chiamano “salsa marinara” quello che per noi è la salsa di pomodoro per condire la pasta. Tutti là pensano sia tipica di Napoli ma poi ognuno, ovviamente, la fa a modo suo: chi ci mette cipolla, chi aglio, chi entrambi e chi pure carota e sedano. Chi usa pelati e chi succo più concentrato di pomodoro, chi utilizza burro e chi olio, chi profuma con origano o basilico o prezzemolo o alloro o un mix di erbe, chi anche con capperi o acciughe, chi cuoce pochi minuti chi ore e ore… Di “marinaro”, comunque sia, questa salsa ha solo la leggenda, che la vuole inventata dalle mogli dei pescatori campani agli inizi del 1800, quando il pomodoro divenne popolare anche in Italia.

La ricetta che segue è quella che va per la maggiore nei ristoranti italo-americani nelle località di mare, semplice e profumata, ottima per condire gli spaghetti, per cuocervi carne o pesce a bocconcini ma perfetta anche da usare come dip, ad esempio per una frittura di calamari, anch’essa ovviamente tutta italo-american style!

ingredienti per 4 persone come snack, per 2 come secondo
per la salsa:
250 ml di pelati con il loro liquido o di polpa a pezzetti
1 spicchio di aglio
2 rametti di prezzemolo
1 cucchiaino di olio extravergine di oliva
sale
zucchero

per i calamari:
400 g di calamari non troppo grossi
240 ml latte
2 uova
2 cucchiai di farina 00
sale
pepe nero al mulinello
olio di arachidi per friggere

 

Pulire i calamari, spellarli e tagliarne le sacche i tentacoli a ciuffetti e le sacche ad anelli. Sbattere le uova con il latte, versarvi i calamari, coprire e far riposare in frigo un’oretta.

Intanto schiacciare l’aglio, tritare le foglie di prezzemolo e conservarne i gambi. Scaldare l’olio extravergine e rosolarvi aglio e gambi di prezzemolo, fino a che l’aglio è appena dorato.

Unire i pomodori con il loro liquido, salare, se serve zuccherare, quindi lasciar sobbollire per una quarantina di minuti, fino a che la salsa è bella densa e compatta.

Levare aglio e gambi di prezzemolo, regolare se serve di sale ed unire il prezzemolo tritato. Con i calamari si può servire sia calda, che tiepida che a temperatura ambiente.

Poco prima di andare in tavola scolare leggermente i calamari, passarli nella farina e friggerli  nell’olio di arachidi a 180 °C per un paio di minuti, fino a che sono leggermente dorati. Scolarli su carta assorbente, spolverare di sale e pepe e servire ben caldi, con la salsa a parte.

 

NB: gli spaghetti bolognese (per i suoi detti familiarmente ” bolo”) sono stati cucinati e fotografati da Eleonora

L’immagine dei padri pellegrini che scambiano cibo con i Nativi è presa qui
l’mmagine della cucina americana del ‘600 qui
l’immagine delle boccette di Italian Dressing qui

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Cosa amo? Storia e geografia del cibo, tra le altre cose. Di questo mi piace parlare in rete e nella vita, perchè mi permette di viaggiare attraverso il mondo e dentro me stessa. Assaggiando tutto, naturalmente, per "assorbire" e magari arrivare a "sapere" con cuore e palato, ancora prima di "capire" con la testa.

Latest comments
  • Concordo con Acquaviva, nel mio piccolo ho sempre cercato di spaziare almeno con la cucina e sono molto contenta che quello che dice l’articolo nelle mie ricerche l’avevo gia’ appurato. ma cosi ho una conferma. Infatti molto trasmissioni direttamente dagli USA ho visto che la salsa di pomodoro per loro è sala marinara. In certe cittadine sul mare note in America gli ingredienti sono alle volte molto di pie’ di questa semplice e classica. Secondo me tutte buone almeno per me. Grazie di questo bellissimo articolo. Buona giornata.

  • STORIA DI ALFREDO DI LELIO, CREATORE DELLE “FETTUCCINE ALL’ALFREDO” (“FETTUCCINE ALFREDO”), E DELLA SUA TRADIZIONE FAMILIARE PRESSO IL RISTORANTE “IL VERO ALFREDO” (“ALFREDO DI ROMA”) IN PIAZZA AUGUSTO IMPERATORE A ROMA

    Con riferimento al Vostro articolo ho il piacere di raccontarVi la storia di mio nonno Alfredo Di Lelio, inventore delle note “fettuccine all’Alfredo” (“Fettuccine Alfredo”).
    Alfredo Di Lelio, nato nel settembre del 1883 a Roma in Vicolo di Santa Maria in Trastevere, cominciò a lavorare fin da ragazzo nella piccola trattoria aperta da sua madre Angelina in Piazza Rosa, un piccolo slargo (scomparso intorno al 1910) che esisteva prima della costruzione della Galleria Colonna (ora Galleria Sordi).
    Il 1908 fu un anno indimenticabile per Alfredo Di Lelio: nacque, infatti, suo figlio Armando e videro contemporaneamente la luce in tale trattoria di Piazza Rosa le sue “fettuccine”, divenute poi famose in tutto il mondo. Questa trattoria è “the birthplace of fettuccine all’Alfredo”.
    Alfredo Di Lelio inventò le sue “fettuccine” per dare un ricostituente naturale, a base di burro e parmigiano, a sua moglie (e mia nonna) Ines, prostrata in seguito al parto del suo primogenito (mio padre Armando). Il piatto delle “fettuccine” fu un successo familiare prima ancora di diventare il piatto che rese noto e popolare Alfredo Di Lelio, personaggio con “i baffi all’Umberto” ed i calli alle mani a forza di mischiare le sue “fettuccine” davanti ai clienti sempre più numerosi.
    Nel 1914, a seguito della chiusura di detta trattoria per la scomparsa di Piazza Rosa dovuta alla costruzione della Galleria Colonna, Alfredo Di Lelio decise di aprire a Roma il suo ristorante “Alfredo” che gestì fino al 1943, per poi cedere l’attività a terzi estranei alla sua famiglia.
    Ma l’assenza dalla scena gastronomica di Alfredo Di Lelio fu del tutto transitoria. Infatti nel 1950 riprese il controllo della sua tradizione familiare ed aprì, insieme al figlio Armando, il ristorante “Il Vero Alfredo” (noto all’estero anche come “Alfredo di Roma”) in Piazza Augusto Imperatore n.30 (cfr. il sito web di Il Vero Alfredo).
    Con l’avvio del nuovo ristorante Alfredo Di Lelio ottenne un forte successo di pubblico e di clienti negli anni della “dolce vita”. Successo, che, tuttora, richiama nel ristorante un flusso continuo di turisti da ogni parte del mondo per assaggiare le famose “fettuccine all’Alfredo” al doppio burro da me servite, con l’impegno di continuare nel tempo la tradizione familiare dei miei cari maestri, nonno Alfredo, mio padre Armando e mio fratello Alfredo. In particolare le fettuccine sono servite ai clienti con 2 “posate d’oro”: una forchetta ed un cucchiaio d’oro regalati nel 1927 ad Alfredo dai due noti attori americani M. Pickford e D. Fairbanks (in segno di gratitudine per l’ospitalità).
    Un aneddoto della vita di mio nonno. Alfredo fu un grande amico di Ettore Petrolini, che conobbe nei primi anni del 1900 in un incontro tra ragazzi del quartiere Trastevere (tra cui mio nonno) e ragazzi del Quartiere Monti (tra cui Petrolini). Fu proprio Petrolini che un giorno, già attore famoso, andando a trovare l’amico Alfredo, dopo averlo abbracciato, gli disse “Alfré adesso famme vede che sai fa”. Alfredo dopo essersi esibito nel suo tipico “show” che lo vedeva mischiare le fettuccine fumanti con le sue posate d’oro davanti ai clienti, si avvicinò al suo amico Ettore che commentò “meno male che non hai fatto l’attore perché posto per tutti e due nun c’era” e consigliò ad Alfredo di tappezzare le pareti del ristorante con le sue foto insieme ai clienti più famosi. Anche ciò fa parte del cuore della bella tradizione di famiglia che continuo a rendere sempre viva con affetto ed entusiasmo.
    Desidero precisare che altri ristoranti “Alfredo” a Roma non appartengono e sono fuori dal mio brand di famiglia.
    Vi informo che il Ristorante “Il Vero Alfredo” è presente nell’Albo dei “Negozi Storici di Eccellenza” del Comune di Roma Capitale.
    Grata per la Vostra attenzione ed ospitalità nel Vostro interessante blog, cordiali saluti
    Ines Di Lelio

    • acquaviva

      Grazie Ines, è esattamente quello che abbiamo raccontato nel link dedicato alla pasta di suo nonno! Spero le facci piacere come lo fa a noi il suo commento.

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