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MTC n 30: UNA GITA A… IL SALENTO

by Alessandra

 

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…ci ritroviamo in un cortile assolato e deserto. A pianta irregolarmente rettangolare, e’ chiuso da un muro di cinta sul lato della strada, mentre gli altri tre lati sono costituiti da piccole abitazioni, attaccate le une alle atre come antenati delle moderne case a schiera. Quasi nel mezzo del cortile, c’e’ un lavatoio in pietra.

-Ci troviamo – spiega la prof – in una casa a corte, esempio di edilizia contadina molto tipico di questa zona. Come vedete si tratta di piccole case, molto spesso di una sola stanza adibita a dormitorio, che si affacciano su un cortile comune nel quale si svoglevano, grazie al clima mite, tutte le attivita’ diurne delle famiglie componenti il nucleo abitativo. Ogni corte disponeva di servizi comuni, come il granaio scavato nella roccia, la cisterna di raccolta dell’acqua piovana e la pila, questa grossa vasca in pietra, per il bucato….

Sguissssshhhhhh…..

 

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Il ragioniere, un po’ imbarazzato, si sitema e si liscia il riporto, che inevitabilmente risente, con esiti facilmente immaginabili, di questi repentini spostamenti

– Stiamo ora ammirando un mignano, altro elemento architettonico peculiare di questa zona e che si puo’ far risalire al periodo bizantino.

– A me sembra un balconcino in pietra…

– Si’, lo e’, ma a differenza dei normali balconi, non hanno una stanza dietro, ma una scala interna. Le donne, infatti, non potendo uscire di casa, si accontentavano di osservare il mondo sbirciandolo furtivamente da qui. Potevano, ad esempio, partecipare in modo discreto alle processioni stendendo drappi sul balcone o gettando fiori al passaggio delle effigi dei santi…

Sguisssshhhhhh…..

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– Ecco…adesso oltre a scapparmi la pipi’, mi viene anche da vomitare…..ci arriviamo a sta toilette, o no? Vabbe’, voi continuate….io mi apparto dietro un cespuglio….

– Quelle che vedete qui, sono delle antiche pozzelle o “ta freata” in griko: si tratta di cisterne di raccolta delle acque piovane. Dando una sbirciatina all’interno, forse potete vedere come venivano realizzate: “Una volta scavate delle buche profonde da tre a sei metri si procedeva a rivestire le pareti con pietrame informe disposto a cerchi concentrici che man mano si restringono verso l’alto tanto da formare una falsa cupola o una campana. Sull’ultimo cerchio si poggiava un blocco parallelepipedo con foro centrale di circa 30-40 cm di diametro (Costantini, 1988).

Questi blocchi, anche detti vere, raramente sono circolari, come nel caso di alcune pozzelle di Martignano. Le pozzelle sono provviste di due o quattro aperture ricavate sui lati del blocco di chiusura mediante i quali si raccoglie l’acqua che si accumula sul fondo della depressione. Le pozzelle non sono certo dei monumenti, ma il loro significato culturale sta nella loro relazione con gli insediamenti umani. Nei pressi delle pozzelle confluiscono spesso diverse strade, una conferma, anche questa, del ruolo che queste riserve d’acqua hanno avuto nel corso dei secoli. Probabilmente la stessa pozzella poteva appartenere ad una o più famiglie, se era di proprietà privata, ma generalmente si trattava di strutture pubbliche realizzate dall’amministrazione comunale (Costantini,1988).”…..

– Sciura DeboraH, ha finito? Noi stiamo andando….

Sguisssssshhhhhh….

 

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Penombra, caldo umido, roccia tutto intorno a noi

-Siamo ora in un trappeto, uno dei numerosi frantoi ipogei caratteristici della Grecia salentina. – sussurra quasi la prof, come se fossimo in chiesa – Qui sotto uomini ed animali si sottoponevano a fatiche estenuanti, in condizioni di vita quasi insostenibili ed assolutamente inimmaginabili ai giorni nostri. Tutto questo per estrarre l’oro liquido del Salento, quell’olio che in tempi antichi solo in minima parte veniva destinato alla tavola. La maggior parte della quantita’ prodotta, raggiungeva le capitali europee dove serviva per l’illuminazione, fino all’avvento dell’elettricita’, o per la produzione di saponi. La scelta di costruire questi frantoi sottoterra era dettata da molteplici ragioni: inanzitutto l’olio solidifica a 6 gradi centigradi e quindi, per facilitarne l’estrazione e la lavorazione, e’ essenziale che la temperatura dell’ambiente sia sufficientemente elevata e costante; questa condizione era assicurata in un sotterraneo, per di piu’ costantemente riscaldato sia dai grandi lumi che ardevano notte e giorno, che dalla fermentazione delle olive e, soprattutto, dal calore prodotto dalla fatica di uomini e animali. Inoltre il costo di costruzione era molto ridotto, dato che non richiedeva l’impiego di manodopera specializzata, ma solo buone e forti braccia e non rendeva necessario l’acquisto e il trasporto di materiali. Anche le operazioni di scarico delle olive e di smaltimento dei residui della lavorazione erano facilitate in un trappeto: le prime venivano semplicemente rovesciate direttamente dai loro sacchi in cellette sotterranee che avevano un’apertura nella volta che le metteva in comunicazione con la superficie; i secondi venivano semplicemente rovesciati in una delle numerose profonde fenditure che la natura carsica del terreno metteva a disposizione…Vi prego di rivoglere un pensiero agli uomini che lavoravano qua sotto: i trappitari. In genere si trattava di 5 o 6 uomini per ogni frantoio e tra di loro c’era sempre un ragazzino da destinare ai compiti minori, come fare la spesa, portare l’acqua, pulire, far da mangiare ed accudire gli animali. Ogni frantoio aveva un responsabile, il nachirio, che in greco indica colui che guida la nave, il capitano, insomma. E proprio come i marinai, anche i trappitari restavano lontani dalle loro case e dalle loro famiglie per mesi, da novembre a febbraio. Vivevano e lavoravano segregati nel frantoio, insieme agli animali destinati a far girare le pesanti macine di pietra…-

– Eh, c’era mica da essere “choosy” a quei tempi la’ – mi gracchia nell’orecchio la sciura DeboraH. E su questa perla di saggezza…

Sgiussshhhh….

 

Siccome con il nostro fantastico ed efficientissimo teletrasporto, possiamo viaggiare non solo nello spazio, ma anche nel tempo, torniamo indietro solo di qualche settimana e ci ritroviamo in Quaresima. Su quasi ogni balcone o terrazzo del Salento, si vedono esposti pupazzi raffiguranti vecchie signore vestite di nero. Sono le Quaremme o Caremme, termine di origine francese da Careme che significa, non a caso, Quaresima.

 

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Le Quaremme vestono di nero, reggono un fuso ed un filo di lana con la mano destra, mentre nella sinistra tengono un’arancia amara, nella quale sono infilzate sette penne di gallina. A volte, al posto dell’arancia con le penne, tengono in mano sette taralli. Il nero e’ il colore del lutto per la morte del Carnevale, deceduto per gli eccessi del martedi’ grasso. Il filo di lana simboleggia lo scorrere inesorabile del tempo, mentre l’arancia amara la fatica e le tribolazioni del vivere, le sette penne di gallina o i sette taralli, le settimane della Quaresima. Inutile che vi dica che Tragedy e’ affascinata da questi personaggi e forse e’ meglio non farle sapere che al suono delle campane a festa che annunciano al Mondo cristiano la resurrezione di Gesu’, le care vecchiette verranno date alle fiamme….

 

 

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– Dato che ci troviamo ancora in Quaresima – riprende la prof. – non possiamo non andare ad ascoltare Il Canto della Passione di Cristo. Si tratta di un canto religioso di origini antichissime, scritto in lingua grecosalentina e che viene tramandato oralmente di padre in figlio da tempo immemorabile. Come accade per ogni tradizione che si rispetti, anche del Canto della Passione esistono varie versioni tra i comuni della Grecia salentina, ma sono differenze che riguardano soprattutto il lessico, la fonetica o il numero delle quartine. La storia raccontata, invece, e’ sempre quella delle sofferenze di Gesu’ e delle circostanze che lo hanno portato alla morte in croce, a partire dalla decisione di Dio di sacrificare il suo unico figlio per il bene dell’umanita’. Ovviamente non se ne conosce l’autore, ma si sa che dal comune di Martano partirono i primi cantori girovaghi, che percorrevano le campagne salentine per portare il loro canto fin nei villaggi piu’ remoti o nelle fattorie piu’ isolate. Generalmente erano in due o tre e cantavano una quartina a testa, accompagnandosi con la fisarmonica. Oggi ne sono rimasti pochissimi, ma ogniqualvolta fanno la loro comparsa nella piazza di un paese, la commossa partecipazione della popolazione locale ricrea la magica atmosfera che per secoli ha preparato alla Pasqua gli abitanti di questi luoghi….

Sguisssshhhh…

 

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Dalle gramaglie della Quaresima, veniamo catapultati in un tripudio di suoni e di colori.

– Ohssignur!!…se l’e’ cuse’ sta cattabrega del diavol? – esclama la sciura DeboraH per niente contenta di sentirsi urtata e sballottata da decine di corpi che danzano al ritmo di una musica allegra e cadenzata. A quanto pare siamo piombati nel bel mezzo di una Festa della Taranta .

– Siamo in una ronda – le urlo io in risposta

– Perche’ vorresti farti bionda?- strilla Quella

– Ma nooooo…ho detto che siamo in una….- mi muoiono le parole sulle labbra. Una visione a dir poco sconvolgente attira tutta la mia attenzione verso il centro della piccola affollata piazza. Non e’ possibile, non credo ai miei occhi. E’ proprio lei quella che saltella e volteggia in mezzo agli altri ballerini di pizzica? Capelli sciolti in un fluttuare di bianche sottane e sventolio di fazzoletti rossi e arancioni, un enorme sorriso a illuminarle il volto e gli occhi scintillanti di allegria. Allora non era depressa, la cara Tragedy. L’aveva solo morsa una tarantola!!

Roberta Cornali- La Valigia sul letto

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