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La cucina è una commedia. Non perché faccia ridere, ma perché bisogna saperla mettere in scena. Devi  conoscere i fondamentali e sapere il copione a menadito; a volte ti capita di recitarlo alla lettera, altre volte fai variazioni sul tema in base all’atmosfera della serata, altre ancora devi improvvisare, lanciarti e via. E oltre allo studio, al talento, all’esperienza, ci vuole passione, perché è quella che arriva al pubblico in platea. O a chi aspetta seduto a tavola.

Eduardo De Filippo è la personificazione di questa metafora: non solo attore e autore immenso, ma anche cuoco straordinario. Ce lo racconta l’ultima moglie, Isabella Quarantotti, in un libricino ormai quasi introvabile, “Si cucine cumme vogli’i’”, una raccolta di ricette del grande attore, completata da aneddoti e ricordi in cui vita artistica e cucina si intrecciano strettissime.

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MTC BOOK CLUB – SI CUCINE CUMME VOGLI’I’

Sin da ragazzino, Eduardo imparò a destreggiarsi in cucina grazie ai lunghi mesi passati con nonna Concetta, amatissima e sempre rimpianta. Da adulto, avrà come cavalli di battaglia i piatti-simbolo della napoletanità: ragù, genovese, sartù, lasagne di Carnevale. Ma nel suo cuore rimangono le ricette povere apprese da nonna Concetta, che sintetizzano la capacità di valorizzare al meglio gli ingredienti e di tirar fuori un ottimo piatto con quel che c’è.
Tra i protagonisti troviamo la pasta e patate, la frittata di cipolle e tante pietanze a base di verdure di stagione, che ci ricordano che ben prima di essere mangiamaccheroni, i napoletani sono stati per secoli mangiafoglie. Sono piatti che ricordano a Eduardo le sue umili origini e quel mondo popolare che sarà la linfa della sua arte. “Era, sì, goloso, ma senza sfrenatezza. Non dimenticava mai di essere nato povero”.

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Foto da qui

L’onda dei ricordi di cucina porta con sé aneddoti di vita e di teatro, da quel vino rosso che Eduardo amava aromatizzare con la scorza di mandarino, fino al fascino della sua cianfotta fredda, che soggiogò l’altrettanto fascinoso Laurence Olivier.

Del resto, Eduardo portò la cucina anche sul palco, in diretta. Voleva in scena cibo vero, dalla platea si doveva sentire il profumo della pasta al ragù, e gli attori dovevano mangiare sul serio, senza finzioni. Nelle sue commedie c’è sempre un momento (ma spesso più d’uno), in cui i personaggi si riuniscono intorno alla tavola, o devono occuparsi di far da mangiare, e ogni volta ne escono scene magistrali, come quella di Sabato, domenica e lunedì, in cui si assiste a una discettazione sulla preparazione del ragù tra Donna Rosa e la cameriera o, nella stessa commedia, il momento in cui Donna Rosa porta in tavola i maccheroni al ragù e somministra a ciascuno la porzione perfetta per lui, con arte e sapienza, come una vera mater familias che conosce sin nelle più profonde pieghe chi ha davanti. E cala “il sacro silenzio del ragù”.

 

Per Eduardo la cucina era parte integrante della vita e nel suo approccio con il cibo oscilla sempre tra lo scherzoso e l’appassionato, ma senza mai diventare gaudente: c’è sempre una sottilissima vena di malinconia, che soffonde su ogni cosa un’inaspettata profondità.

Da uomo saggio quale era, sapeva bene che la prima dote indispensabile in cucina è la pazienza, quella pazienza che la fretta della modernità vorrebbe relegare tra le virtù degli stolti. Pazienza nello sgranare fave e piselli, nella ricerca degli ingredienti giusti, nell’attesa che il ragù cuocia lentamente. “Per fare il ragù ci vuole la pazienza di Giobbe”. E anche la semplice frittata diventa un piatto da preparare seguendo prescrizioni precise, con calma e abbondanza di ingredienti, tanto da diventare un piatto da re.

Ma la pazienza nulla può senza la fantasia, che ai napoletani non fa difetto. L’estro che Eduardo aveva nella composizione artistica (nelle trame, nei dialoghi delle sue commedie e sino alle poesie che componeva) si ritrova in certe ricette che sembrano un trucco di magia: dal niente, un piatto sopraffino.

Dà il titolo al libro, un poemetto a cui De Filippo lavorò a lungo e che celebra la cucina in tutte le sue sfumature, e mentre scorriamo i versi sembra di sentire la sua voce chiara e intensa, che vola via leggera su questa lingua bellissima, che evoca e dà corpo, solletica e accarezza, sospinge ed emoziona. Proprio come un rrau’ ben fatto.

Chiude il libro un excursus sul caffè, che non può che richiamare alla memoria il gustoso monologo sul caffè in Questi fantasmi. Dal rito antico dell’abbrustulaturo fino alla tazzina, una piccola cosa che racchiude la poesia della vita. Un rituale di gesti fatti come si deve che, nella loro semplicità, nella cura con cui si ripetono, sono capaci di dare la serenità di spirito tanto rara a trovarsi nella vita quotidiana.

“Una tavola intorno a cui sedersi e compiere quel rito di comunicazione che sono, o dovrebbero essere, i pasti umani”. E’ racchiuso tutto in tre parole il senso della cucina per Eduardo. La tavola, non fast food e sgabelli. La tavola come centro della famiglia, delle relazioni umane, di rapporti veri. La comunicazione, niente a che vedere con social e cellulari. La comunicazione di chi si guarda in faccia, vede le espressioni dell’altro, ne ascolta i respiri e i sospiri. E i pasti – umani – badate bene. Pasti anche semplici ma preparati ad arte, con la passione di chi ama il cibo, e anche le persone.

 

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  • un articolo commovente alice, grazie, che delizia leggerti! devo approfondire l’opera del grande Eduardo, la conosco sommariamente. ottimo spunto il tuo!!!

  • Bellissimo articolo,Alice. grazie !

  • Grazie Alice, ho sempre adorato Edoardo!

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