Marie antoinette

di Patrizia Malomo – Andante con Gusto

Tutto questo è ridicolo”

Tutto questo, Madame, è Versailles”

Marie Antoinette, film del 2006 di Sofia Coppola, ha ricevuto al suo esordio, giudizi contrastanti, spesso negativi, con un’accoglienza tiepida da parte del pubblico.

Eppure questo piccolo film che, per l’occasione ho avuto il piacere di rivedere a distanza di anni, non ha modificato di un grammo l’opinione che mi ero fatta alla sua uscita.

Ovvero, quella di una pellicola deliziosa, intelligente, piena di grazia e lieve divertimento.

La bellezza sta sempre nell’occhio di chi guarda, ma mi piace pensare che quando si parla di cinema, forse prima bisognerebbe imparare a guardare senza pregiudizi.

Marie Antoinette delude chi cerca nel titolo il film storico, la lettura didascalica della vita di uno dei personaggi più controversi della Storia di Francia e tutti coloro che non hanno la capacità di abbandonarsi alla novità.

Se si ha invece la volontà di avvicinarsi a questo film riconoscendo il tema primario toccato dalla regista, ovvero quello dell’esilio in un paese straniero a danno di una adolescente che nulla sa delle dinamiche della vita, ma le subisce all’interno di un tempio dorato, allora forse saremo in grado di apprezzarlo in tutta la sua disarmante originalità.

In un ventennio di vita principesca lieve come un soffio, seguiamo il punto di vista di Marie Antoniette, che ha il volto radioso e malinconico di Kirsten Dunst, costretta alla follia del protocollo ed al costante sguardo morboso della Corte di Versailles, che ci porta alla mente fragili principesse contemporanee dal destino ingrato.

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La volontà di Sofia Coppola non è quella di rileggere e revisionare la vita della principessa austriaca data in sposa a soli 15 anni al Delfino di Francia, un Luigi XVI insignificante e molliccio, divenuta regina a 18 e profondamente odiata dal popolo francese che la vuole morta decapitata dopo quasi vent’anni. 

Il film della Coppola è una favola settecentesca da cui emerge prima lo stupore della protagonista per la scoperta dell’immensa grandiosità di Versailles, il timore del giudizio sociale, per lasciare subito dopo posto al fastidio per i riti del protocollo e all’incoscienza e la malizia al raggiungimento della consapevolezza del ruolo.

Proprio come farebbe ogni adolescente ribelle che si rispetti.

Lo stile con cui la favola è raccontata, sorprende chi guarda attraverso un plateale anacronismo tra immagini e colonna sonora, sostenuta da brani punck rock a partire dalla sigla iniziale (Siouxie and the Banshees), intervallati da malinconiche sonate al clavicembalo che riportano immediatamente l’attenzione all’epoca della narrazione.

L’evoluzione e la crescita di Marie Antoinette sono invece scandite dall’uso dei colori negli stupefacenti abiti di scena (oscar alla nostra Milena Canonero) nelle scenografie ma anche negli elementi decorativi, in particolare il cibo, onnipresente.

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Si potranno notare i virginali azzurri, pallidi rosa polverosi, gli avorio del guardaroba regale di Marie Antoinette fino al momento della sua incoronazione.

Per poi passare ai colori accesi, i fucsia, i blu, gli arancio, che scandiranno la sua vita corollata dall’esagerazione delle feste, dei banchetti, dell’amore per i dolci e gli abiti, fino alla sua lieson con il Conte Fernsen (un Mr. Gray monoespressivo).

Una delle scene simbolo dell’intero film resta a mio avviso, la carrellata sulle scarpe gioiello e l’eccesso dello shopping reale tra abiti e dolci, girata come un video clip e sostenuta da una trascinante I want candy dei Bow Wow Wow, in cui la regista ci regala il suo sguardo scorretto e ribelle nei confronti della protagonista, piazzando un paio di All Star colorate e vissute, in mezzo a meravigliose ciabattine di seta (le avete notate?).

Tutto il periodo che la giovane regina trascorre al Petit Trianon, ovvero la ricerca della sua libertà individuale e fuga dal protocollo, è invece un tripudio di bianco, di immagini bucoliche in atmosfere e fotografia che ricordano un giovane David Hamilton.

Soltanto nel finale, quando si avvicina il tramonto di un regno, gli abiti si faranno cupi, pesanti, premonitori.

Nulla di quanto viene raccontato dalla Coppola ha la pretesa di fare di questa pellicola, un film storico nel senso classico del termine.

E’ piuttosto un’occhiata caricaturale, impertinente ed a tratti decisamente ironica di un epoca dove l’eccesso era all’ordine del giorno.

Tutto però resta all’interno delle fastose mura della Reggia conferendo al risultato finale un senso di lontananza, irrealtà, fiaba.

Il drammatico finale non viene neanche sfiorato dalla regista.

E’ sufficiente lo struggente sguardo di malinconia, l’addio silenzioso della protagonista ai meravigliosi giardini della Reggia per provare un moto di immediata empatia per questa regina sfortunata.

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Nasco storica dell'arte, con un cuore che batte per la storia medievale e quella della cucina. Un bel giorno apro un blog, scopro il web, i social media, e non c'è stata più storia che tenesse. Sono l'anima social dell'MTC.. e me ne vanto!

Latest comments
  • Bellissimo articolo, Patty!
    Un film che mi è piaciuto molto e che ho rivisto più volte, ho amato lo sguardo non critico ma quasi benevolo su questa ragazzina mandata quasi allo sbaraglio in un ambiente ostile.
    I costumi sono strepitosi, come giustamente doveva essere trattandosi di un ambiente dove contava solo l’apparenza, e non è un caso che le scene che mi sono rimaste più impresse abbiano a che vedere con l’abbigliamento: memorabile per me la scena del cambio totale di vestiti sulla frontiera e dell’abbandono del cane , come pure quella della vestizione mattutina con lei che resta a prendere freddo mentre le dame si passano i vestiti secondo il grado.
    Bravissima!

    • Le due scene che hai citato sono fra le mie preferite. In quella della vestizione con passaggio di veste fra le cortigiane, la protagonista pronuncia la frase stupenda che ho messo in apertura. Questo film andrebbe visto anche solo per la ricostruzione scenografica ed il tripudio di dettagli, colori e magniloquenza. La scena del minuetto a ritmo di ballata punk è strepitosa e poi, personalmente io adoro lei, che ha espressioni davvero bellissime, che parlano là dove non vi è dialogo.
      Non ho trovato un solo momento noioso, anzi, se possibile, mi è piaciuta anche la Argento, in quella caricatura volgarotta e rissosa della Du Barry.
      Grazie infinite cara Perla per essere passata.

  • alice

    Ora lo voglio vedere!! Forse sono l’unica rimasta, lo so…
    Bellissima recensione, leggerti è sempre un piacere. Grazie 🙂

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